Post Date : 11 maggio 2013

NETTUNO D’ORO AD ALDINA BALBONI, IL RINGRAZIAMENTO DELLA FONDATRICE DI CASA S. CHIARA

Bologna_-_Palazzo_d'Accursio_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto_5-3-2005_2
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Il  Sindaco  di  Bologna,  Virginio  Merola,  ha consegnato oggi pomeriggio
nell’Aula  del Consiglio comunale il Nettuno d’Oro – onorificenza conferita
a  cittadini  che  abbiano onorato, con la propria attività professionale e
pubblica, la città di Bologna – a Aldina Balboni.

Il ringraziamento di Aldina Balboni.

“Sono  quasi  spaventata,  dico la verità, perché le cose che ho fatto sono
quasi  scontate. Perché tutti voi avreste fatto la stessa cosa che ho fatto
io,  se  aveste  avuto la fortuna di incontrare una persona che aveva molto
bisogno  perché  era  alla  ricerca  di una casa e di un lavoro e non aveva
nessuno  e  poi  dando  risposta a lei, di conseguenza, son venute tutte le
altre  cose  che  abbiamo  fatto.  Tutto  quello  che si è fatto si è fatto
insieme  con  tante persone, tanti volontari e stiamo continuando ad andare
avanti  grazie  al grande apporto del volontariato e dei collaboratori che,
pur non essendo volontari, lavorano con lo spirito del volontariato. Quindi
sia  i gruppi famiglia che i centri hanno una marcia in più degli altri che
svolgono  la  stessa  opera,  proprio  perché da noi gli operatori hanno la
sensibilità  di  vedere  non  solo  la  difficoltà  nei  nostri ragazzi, ma
soprattutto  l’umanità che c’è in ognuno di loro e quello che loro riescono
a  dare  a  ciascuno  di  noi. Perché è importante sapere che a S.Chiara si
riceve  più  di  quel  che  si  dà.  Signor Sindaco sono veramente commossa
perché  non  credevo  che  per  aver  fatto  queste cose dovesse esserci un
premio.  Io  so  che davanti a quello che ho fatto io c’è un gran numero di
persone,  di volontari , di persone che dedicano la loro vita a ciascuno di
noi.   Quindi  non  mi  sembra  che  siano  delle  cose  così  eccezionali,
soprattutto  per  un cristiano che magari tra le righe del Vangelo ha letto
anche  qualcosina in più di quello che c’era scritto. Per questo motivo, il
riconoscimento  che  mi  viene  dato lo giro a tutte queste persone, alcune
delle  quali  non sono più tra noi, ma continuano a seguirci. Sopratutto ai
ragazzi,  io  credo  che  quello che sono riuscita a imparare da Chicco, da
Tommaso  e da tanti altri ragazzi è molto più di quel che avrei saputo fare
io.   Certamente  quando  incomincia  non  potevo pensare a come si sarebbe
sviluppata  Casa  S. Chiara. Mi sembrava solo di aprire la porta a qualcuno
che bussava e di dire “entra poi vedremo cosa si può fare”.
Fu  durante una grave malattia che maturai la decisione, una volta guarita,
di dedicare la mia vita agli altri.
Il  contatto  con  le  situazioni  che  il  Signore mi faceva incontrare mi
portava  a  offrire  delle  risposte che cercavano di tenere conto del bene
delle persone, giacchè quello che più importa è volere bene. E’ l’amore che
ispira le soluzioni migliori.
Come  è  stato  ricordato  da  don Fiorenzo, le scelte non venivano fatte a
tavolino,  ma  si riferivano a persone concrete, alle situazioni di bisogno
che  presentavano,   per  le  quali si cercavano soluzioni adeguate andando
incontro  anche  alle  famiglie  provate  dalle  difficoltà  di  un  figlio
portatore  di  handicap.  Il  contatto  diretto  con  tante  situazioni  di
sofferenza  e  di  emarginazione  spingeva   a  cercare  le  soluzioni  che
sembravano rispondere ai bisogni delle persone, che non sono solo di ordine
materiale, ma soprattutto di ordine affettivo.
Per  questo le dimensioni del gruppo e le motivazioni di quanti vi operano,
come volontari o come educatori,  hanno sempre avuto una grande importanza.
Desidero  anche  riconoscere  che  nelle realizzazioni di Casa S. Chiara un
ruolo  fondamentale  l’ha  avuto  la Provvidenza, che si è servita di tante
persone  e  situazioni,  per  ogni cosa non ci siamo mai chiesti se c’erano
soldi,  anzi  l’unica  certezza  era che dei soldi non ce n’erano mai, però
abbiamo  sempre  sfidato  la Provvidenza, sapendo che il Signore ci sarebbe
stato vicino.
Quando  iniziammo  la  casa  a Sottocastello non avevamo una lira. C’era un
appezzamento  di  terreno  acquistato  con molti sacrifici per un milione e
ottocento  mila lire e l’entusiasmo di giovani volontari per la costruzione
della  casa.  E  la  casa in tre estati è stata edificata. Fu il sindaco di
Pieve di Cadore in quell’occasione ad aiutarci ad edificare la casa.
Quando  si  è  deciso  di  costruire  la  palestra  a  Villanova  c’era  la
determinazione  del  sindaco  di  Castenaso,  Maria Grazia Baruffaldi, e il
terreno messo a disposizione per 99 anni dall’Opera Bovi. Non un euro. E la
palestra  ora  c’è  e  funziona.  Non sono mancati aiuti insperati da tante
persone e per la maggioranza il lavoro di volontariato.
Gli esempi possono essere tanti.
E  con  la  Provvidenza  desidero  sottolineare  l’appoggio  della comunità
cristiana  nelle  persone  dei  suoi Pastori, i Vescovi che ci hanno sempre
voluto  bene,  e  di  tanti  sacerdoti, parrocchie, gruppi giovanili che ci
hanno aiutato
Certamente nel corso degli anni sono cambiate tante cose.
L’avvio   di  servizi  a  carattere  continuativo  ha  richiesto  personale
dipendente e non solo volontari. L’organizzazione si è fatta complessa come
in un’azienda, anche se a me questo termine non piace e lo rifiuto e vorrei
solo che Casa S.Chiara rimanesse sempre una grande famiglia.
Vorrei  che  Casa  S.Chiara  –  nata  come espressione del volontariato che
rappresenta  l’ossigeno  per la nostra comunità –  rimanesse caratterizzata
da  una  duplice  tensione: quella realizzata nel modo migliore con servizi
continuativi,  che  operano in convenzione con l’ente pubblico, e quella di
volontariato,  che  pure  collabora alla vita della società ma con modalità
diverse.
Pensiamo  al  Ponte  che  va avanti da 40 anni solo col volontariato, e il
volontari  ci sono sempre. Sono convinta che possa esserci un arricchimento
reciproco  dalla  integrazione  di  queste  forme di servizio in una comune
ispirazione di giustizia e solidarietà nel servizio e nella condivisione
Giustamente  oggi  si  parla di assistenza sociale intesa come servizi alla
persona.
Vorrei rilevare che i servizi debbono tenere conto del bene di ogni singola
persona, di tutti i  suoi bisogni, compresi quelli delle relazioni umane.
Oggi  si  corre  il  rischio  di  ricreare per esigenze di ordine economico
strutture  analoghe  a quelle degli istituti assistenziali di 30-40 anni fa
per  le  dimensioni  del gruppo e la risposta a tutti i bisogni in un’unica
struttura.  Molti  dicono  che  le  spese  sarebbero minori se nello stesso
centro i ragazzi potessero lavorare e vivere. Ma noi vogliamo che i ragazzi
abbiano una vera casa e possano uscire la mattina per andare al lavoro.
Vorrei  anche  segnalare un problema che si pone con l’invecchiamento delle
persone  disabili, quando al compimento dei 65 anni cessa l’assistenza alle
stesse  persone  , assicurata dal sistema sanitario, e subentra quella agli
anziani,  per  la  quale  si  farebbe  riferimento alle rette delle case di
riposo  erogate  dall’ente locale. In realtà si dovrebbe tenere conto anche
della  situazione  di disabilità che, ovviamente non scompare con l’età, ma
caso  mai  si  accresce.   Nei  casi  gravi  si  potrebbero  prendere  come
riferimento  le  residenze  protette,  ma  anche  nelle altre situazioni si
dovrebbe  tenere conto della disabilità con interventi diversi in relazione
ai  bisogni  delle  persone  e  al  grado  di autonomia, come sosteneva don
Lorenzo Milani “non si possono fare parti uguali tra diversi”.
La  burocrazia  e l’uguaglianza degli interventi non vanno d’accordo con la
giustizia.
E’  un  problema  che  mi  permetto  segnalare  all’attenzione  di  chi  ha
responsabilità  in  questo  settore.  Se  si  vuole veramente il bene delle
persone auspichiamo che una soluzione possa trovarsi.
E  per  concludere vorrei rivolgermi a quanti vogliono far parte della loro
vita  con   le  persone  che si trovano in difficoltà o sono sole. In tanti
anni  ho  avvicinato  giovani  meravigliosi,  che nel contatto con i nostri
ragazzi hanno scoperto il senso della vita.
Vorrei  dire a loro: lasciatevi conquistare, dai nostri ragazzi non abbiate
paura  di  giocare  anche  la vostra vita o una parte della vostra vita nel
servizio  ai  fratelli  più  bisognosi.  La  società  ha bisogno del vostro
continuo entusiasmo e della vostra generosità.  Essi sapranno ripagarvi con
tanto affetto e la riscoperta dei valori che più contano nella vita. “.

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